Carrello vuoto 
 

JE Bar

paracheirodon axelrodi ,"cardinale" 3cm 50 pz

CLASSIFICAZIONE

La classificazione del Cardinale non è stata affatto semplice ed indiscussa, perciò l'intera vicenda merita di essere raccontata. La scoperta scientifica del pesce risale al 1952; allora il prof. Sioli, limnologo all'epoca impegnato presso l'istituto nazionale brasiliano per ricerche sul Rio delle Amazzoni e sul suo vasto bacino, ebbe la fortuna di averne qualche esemplare. Si trattava di alcuni pesciolini raccolti in un ruscello presso il villaggio Icana, nella parte superiore del bacino del Rio Negro. Gli esemplari raccolti e conservati furono sistemati in un pacchetto e inviati al prof. Ladiges, noto ittiologo tedesco, presso il museo zoologico di Amburgo. Il pacchetto però non giunse mai a destinazione; evidentemente i disservizi postali non sono una "invenzione" né degli ultimi anni né esclusivamente italiana!

Nel 1956 finalmente alcuni esemplari (provenienti da Manaus) arrivarono ad alcuni studiosi americani; ne vennero inviati pressoché contemporaneamente a G.S. Myers e S.Weitzmann di Stanford ed a L.P. Schultz di Washington. Gli studiosi, lavorando per proprio conto e senza alcun contatto, pubblicarono, nello stesso 1956, due autonome descrizioni:

Schultz come Cheirodon axelrodi, Myers & Weitzmann come Hyphessobrycon cardinalis. Ne venne fuori una "querela" che richiese l'intervento della Commissione Internazionale per la nomenclatura zoologica che, già nel 1957, riconobbe validità alla descrizione di Shultz, perché prioritaria: era stata pubblicata con un paio di settimane di anticipo sull'altra, ridotta al rango di semplice sinonimo. È questa la ragione per la quale la corretta denominazione scientifica è Cheirodon axeirodi Shultz, 1956 scritto senza alcuna parentesi per il nome del suo scopritore. Queste ultime, infatti, vanno aggiunte solo quando successive revisioni modificarono l'attribuzione "spostando" il pesce da un genere all'altro: si è già visto, ad esempio, per il Neon, come da Hyphessobrycon innesi si sia passati a Par
Produttore: allevamento europeo

Prezzo:
Prezzo di vendita: 50,41 €

Spedizione:
  • 25,00 € standard 24/48h
  • 28,00 € garantita 24/48h

3-5d.gif
Descrizione

CLASSIFICAZIONE 

La classificazione del Cardinale non è stata affatto semplice ed indiscussa, perciò l'intera vicenda merita di essere raccontata. La scoperta scientifica del pesce risale al 1952; allora il prof. Sioli, limnologo all'epoca impegnato presso l'istituto nazionale brasiliano per ricerche sul Rio delle Amazzoni e sul suo vasto bacino, ebbe la fortuna di averne qualche esemplare. Si trattava di alcuni pesciolini raccolti in un ruscello presso il villaggio Icana, nella parte superiore del bacino del Rio Negro. Gli esemplari raccolti e conservati furono sistemati in un pacchetto e inviati al prof. Ladiges, noto ittiologo tedesco, presso il museo zoologico di Amburgo. Il pacchetto però non giunse mai a destinazione; evidentemente i disservizi postali non sono una "invenzione" né degli ultimi anni né esclusivamente italiana!

Nel 1956 finalmente alcuni esemplari (provenienti da Manaus) arrivarono ad alcuni studiosi americani; ne vennero inviati pressoché contemporaneamente a G.S. Myers e S.Weitzmann di Stanford ed a L.P. Schultz di Washington. Gli studiosi, lavorando per proprio conto e senza alcun contatto, pubblicarono, nello stesso 1956, due autonome descrizioni:

Schultz come Cheirodon axelrodi, Myers & Weitzmann come Hyphessobrycon cardinalis. Ne venne fuori una "querela" che richiese l'intervento della Commissione Internazionale per la nomenclatura zoologica che, già nel 1957, riconobbe validità alla descrizione di Shultz, perché prioritaria: era stata pubblicata con un paio di settimane di anticipo sull'altra, ridotta al rango di semplice sinonimo. È questa la ragione per la quale la corretta denominazione scientifica è Cheirodon axeirodi Shultz, 1956 scritto senza alcuna parentesi per il nome del suo scopritore. Queste ultime, infatti, vanno aggiunte solo quando successive revisioni modificarono l'attribuzione "spostando" il pesce da un genere all'altro: si è già visto, ad esempio, per il Neon, come da Hyphessobrycon innesi si sia passati a Paracheirodon innesi il che obbliga appunto, secondo le convenzioni internazionali, a porre nome del primo descrittore e data della descrizione stessa tra parentesi: (Myers, 1936).

Torniamo a Cheirodon axelrodi: nonostante la "vittoria" di Schultz fu invece il sinonimo ad affermarsi per primo tra gli acquariofili, tant'è vero che il nome comune della specie è "Cardinale", da Hyphessobrycon cardinalis; con questo nome, sostanzialmente scorretto, il pesce è stato identificato per anni; ancora nel 1970 una scheda pubblicata sul n° 2 della rivista "Aquarium", allora appena fondato, dava per buona la descrizione di Myers e Weitzmann. Negli ultimi vent' anni, invece, si è tornati finalmente alla scelta formalmente giusta, oggi indiscussa.

Qualche spiegazione sul "significato" di questa denominazione; Cheirodon è tratto dal greco antico: "cheir" sta per "mano" e "odon" significa "dente". La parola è composta sulla base della particolare forma (a "mano") dei denti di questi pesci. Il nome specifico axelrodi è stato invece scelto in onore dell'ittiologo americano H. Axelrod.

DESCRIZIONE

Corpo slanciato con pinne piccole e trasparenti. Bocca terminale, di piccole dimensioni. Occhi relativamente grandi.

La colorazione: dorso marrone rossastro, fascia centrale rifrangente blu-verdastra dalla bocca sino al peduncolo caudale sotto la quale, sui fianchi, è presente un'ampia fascia rossa brillante che si estende su tutto il corpo (nel Neon invece comprende solo la parte posteriore del corpo). Zona ventrale argentea.

DIMORFISMO SESSUALE

Ancora meno pronunciato che nel Neon, durante la giovinezza. In fase di maturità sessuale, invece, le femmine sono abbastanza visibilmente più tozze.

In natura

Sull'habitat in natura del Cardinale ho una buona quantità di notizie, grazie ad un pregevole lavoro di Rolf Geisler che "Aquarium" ha pubblicato nel 1972. L'autore, partendo da Manaus, da dove erano arrivati negli USA gli esemplari per le prime descrizioni, ha visitato parte del bacino amazzonico proprio alla ricerca di informazioni sul Cardinalis riferendo particolari di buon interesse.

In primo luogo Geisler ha constatato che la zona di maggior diffusione è quella a nord e a ovest della confluenza del Rio Branco: in sostanza la "fetta" tra i fiumi Jufari, Demini e Itù, caratterizzata da enormi foreste alluvionali, quelle che in Amazzonia, con termine indigeno, si definiscono Igapò, con suolo perennemente intriso d'acqua. Nel periodo delle piogge (dicembre-maggio) il livello dell'acqua sale in maniera abnorme sino a raggiungere la chioma degli alberi! Geisler ha trovato i suoi primi esemplari nell'Igape de Parica, un fiumicello nei pressi del villaggio di Parica, nell'I gapò del bacino del Rio Jufari. Questo corso d'acqua, racconta l'autore, è profondo non più di 40-60 cm con temperatura intorno a 28°C e con acqua brunastra, anche per la presenza di un letto pressoché ininterrotto di foglie morte depositate sul fondo.

Questo il posto del primo ritrovamento. L'area di maggior diffusione, sempre secondo Geisler, è invece nella zona di foresta alluvionale (Igapò) nei pressi del Rio Itù tra i grandi fiumi Demini e Padauri: quì sono presenti numerose paludi, grandi e piccole. L'acqua è povera di minerali; sono presenti invece in quantità sostanze umiche. Ne consegue che siamo di fronte ad acque tenere ed "acide". La temperatura, sempre secondo i rilievi fatti da Geisler, è relativamente alta (quasi costantemente su 26°C) e con escursione termica giorno-notte pressoché insignificante. In più ed è la cosa che più sorprende chi l'ascolta per la prima volta, le acque di origine del Cardinale sono povere di vegetazione sommersa: l'autore ad occhio nudo non ne ha mai osservata, secondo lui per il fatto che la colorazione ambrata dell'acqua riduce la penetrazione della luce appena al 16% a 50cm di profondità e addirittura a zero a 150 cm. Per la riproduzione in natura, infatti, vengono sì utilizzate piante, ma solo quelle che rimangono sommerse durante la stagione delle piogge.

In linea generale i Cardinali sembrano dunque preferire acque basse, in grandi paludi pressoché stagnanti. Qui si muovono a piccoli branchi compattatati dalla livrea. Questo spiega peraltro anche la colorazione brillante, utilissima all'individuazione intraspecifica in ambienti scarsamente luminosi. Il danno conseguente alla vistosità (maggior rischio di esporsi a predazione) è compensato dal vantaggio del branco che può sfuggire a qualsiasi attacco sacrificando al più pochi membri, un danno sopportabile nella logica della conservazione della specie. La notte, quando i pesci non hanno la necessità di muoversi tutti insieme, la colorazione sbiadisce al punto che l'acquariofilo che accenda la luce all'improvviso può avere l'impressione che i pesci siano malati. Il fenomeno è comune a Cardinale e Neon. Un'ultima osservazione: secondo H.W. Schwartz il Cardinale compirebbe anche una certa migrazione spostandosi, nella stagione delle piogge, nei corsi inferiori dove meno si sente l'influsso della gran massa d'acqua che fa aumentare la corrente. Lo spostamento dipenderebbe anche dal fatto che l'acqua pluviale trascina via lo strato di foglie tra le quali i pesci cercano cibo.

In acquario

"Nessun pesce fece sensazione (cito l'inizio dell'articolo di Geisler pubblicato nel 1972) come il Cardinalis la prima volta che fu importato. In Germania comparve per la prima volta nel 1958 e in Italia, aggiungo io, non molto dopo.

Dai primi anni '60 ad oggi la popolarità di questa specie è stata indiscussa; si tratta in assoluto di uno dei pesci più apprezzati dagli acquariofili anche se qualche residua difficoltà di acclimatazione e la non facilissima riproduzione (quindi anche il prezzo un po' più alto rispetto al Neon) non lo pongono ai vertici nella classifica dei pesci più venduti. Un tale primato del resto, lo ricordo, spetta proprio al Paracheirodon, assai simile nell'aspetto.

La vasca per i Cardinali deve tenere conto delle acque di origine del pesce (ancor oggi in buona parte catturato in natura, per le già ricordate difficoltà di riproduzione) che sono a durezza quasi completamente assente e con pH intorno a 5,5. La sua notevole adattabilità gli consente in verità di vivere bene anche con pH sino a 7,8 e durezza sino a 20°dGH, ma occorre prestare attenzione nella fase di acclimatazione. Sul piano pratico è necessario informarsi sull' origine dei nostri pesci che possiamo sistemare in acqua non trattata in alcun modo (di rubinetto) se vengono da allevamenti in cattività e che invece dobbiamo gradualmente ambientare, partendo da condizioni analoghe a quelle naturali se sono stati catturati in natura.

L'acquario può essere anche non grande (50 litri), preferibilmente con pH intorno a 6,5, dGH sui 20°, temperatura circa 25°C. La vegetazione andrebbe sistemata prevalentemente sulle pareti laterali e sul retro del contenitore, con ampi spazi liberi per il nuoto. Materiale di fondo scuro e illuminazione non troppo intensa ne esaltano i colori. È indispensabile allevarne un piccolo gruppo a somiglianza delle condizioni naturali. Ricordiamoci, infine, che il pesce non ha bisogno di particolari nascondigli: al più si cela tra le piante, ma se qualche esemplare lo fa troppo spesso, isolandosi dal gruppo, può essere sintomo di una situazione di malessere, ed il pesce è in tal caso da tenere sotto stretto controllo.

Un "mistero"

Tutte queste osservazioni, e quelle di Geisler in particolare, per quanto interessantissime, non rappresentano ancora uno studio complessivo e completo sulla biologia di Cheirodon axelrodi in natura. Sono tante le questioni ancora da chiarire e c'è persino un piccolo "mistero": i pesci catturati durante il viaggio citato misuravano tra i 22 e i 27 mm, vale a dire meno di quelli abitualmente allevati in acquario e d'altra parte sembra che nessuno degli esemplari sin qui catturati in natura raggiunga la taglia di quelli d'allevamento.

Perché? Tante le ipotesi, a volte anche fantasiose. La più attendibile sembra essere quella che vuole dimensioni ridotte a causa di carenze alimentari e anche di una certa "stagionalità" della specie, che si riproduce durante il periodo delle piogge ma potrebbe non sopravvivere, almeno un'ampia parte della popolazione, alla successiva riduzione delle acque con conseguente carenza di cibo. Ipotesi, e niente altro, almeno per ora. E' certo comunque che i "nostri" Cardinali hanno taglia maggiore rispetto a quelli in natura e che sopravvivono più a lungo.

L'alimentazione

Abbiamo già avuto modo di osservare che in natura il Cardinale si nutre di animaletti che trova tra le foglie sul fondale delle paludi e dei corsi d'acqua nei quali vive. È quindi specie essenzialmente carnivora. In acquario accetta di tutto, ma sono particolarmente indicati per il suo benessere Artemia (anche naupli) e dafnie (anche naupli) o altri piccoli animaletti vivi.

La riproduzione

Per quel che riguarda la riproduzione seguo soprattutto le indicazioni di Richter, autore d'un lavoro prezioso per chi, neofita o esperto, voglia cimentarsi nella... moltiplicazione dei pesci d'acquario.

Una deposizione di uova, va subito detto, è ottenibile anche nella vasca d'allevamento, purché il pH sia appena al di sotto della neutralità. Difficilmente però in queste condizioni si otterrà la schiusa e comunque gli avannotti finiranno inevitabilmente predati. Di gran lunga preferibile allora predisporre una vasca speciale appositamente per la riproduzione: può bastare un acquario da una decina di litri riempita con 5 litri di acqua distillata o demineralizzata, da lasciare del tutto priva di arredamento, anche di piante. Si consiglia, per poter più facilmente individuare le uova, di dipingere il vetro di fondo (dall'esterno, naturalmente!) di nero.

Si può, come è ovvio, decidere di allevare una sola coppia per volta oppure di allestire una "batteria" di vasche, secondo le esigenze e le... ambizioni del singolo acquariofilo. Il modo di procedere in ogni caso non cambia. La vaschetta, ho detto, viene riempita con acqua demineralizzata; durezza dunque vicinissima allo 0. Il pH invece può oscillare tra 5,5 e 6, mentre la temperatura dovrebbe essere regolata sui 24°C con tolleranza sino a 27°C.

Prima di dare il via alla stagione riproduttiva, è bene tenere maschi e femmine separati per almeno un paio di settimane perché questo, come anche per molti altri pesci, sembra rafforzare la possibilità di successo. Non dovrebbero anzi essere scelti esemplari provenienti dalla vasca comune d'allevamento, perché qui potrebbero già essersi verificati accoppiamenti e potremo avere esemplari inefficienti per i nostri scopi. Un consiglio pratico: studiamo attentamente i pesci nella vasca comune per distinguere con sicurezza i sessi. Poi separiamo le femmine, una per ogni vasca destinata alla riproduzione, introducendo invece i maschi, tutti insieme, in un contenitore loro dedicato. In questa fase potremo già raggiungere le condizioni chimico-fisiche migliori per la riproduzione. Dopo un paio di settimane di "isolamento" potremo aggiungere un maschio per ciascuna femmina; se avremo scelto delle "lei" ben gonfie di uova, cominceranno subito i giochi amorosi, solitamente abbastanza vivaci soprattutto con maschi che sono stati tenuti "a riposo", come qui consigliato.

Se, come è bene fare, i maschi saranno stati introdotti nelle prime ore del mattino, già la notte seguente potrebbe esserci l'accoppiamento. In ogni caso la deposizione, quasi sempre di notte, ci sarà nel giro di 3 o 4 giorni. Se ciò non fosse, conviene senz'altro cambiare uno dei riproduttori (prima il maschio) o, nei casi limite, entrambi. Se proprio non funziona,

accertiamoci che l'acqua sia quella "giusta".

I giochi amorosi: il maschio all'inizio nuota intorno alla femmina cercando di toccarla con la bocca sul dorso a ritmi sempre più rapidi. "Lei" all'inizio nuota come se niente fosse, poi però si ferma e lui si avvicina, sul fianco, per poi allontanarsi. Questa sorta di accoppiamento "simulato" si ripete diverse volte, sino a quando i partner non continuano a nuotare fianco a fianco un po' più a lungo per poi spostarsi rapidissimi verso la superficie, con tale velocità che solo una ripresa fotografica o cinematografica consente di "decifrare" al dettaglio le varie fasi.

Nel punto più alto della corsa verso il pelo dell'acqua il maschio si pone ad anello intorno alla femmina, quasi volesse abbracciarla, ed in quel preciso momento l'uno e l'altra espellono i rispettivi prodotti sessuali per poi separarsi con altrettanta rapidità. In ognuno di questi accoppiamenti vengono espulse una trentina di uova e l'intera sequenza si ripete più volte sino ad un totale che può arrivare anche oltre le 300 uova.

Tutto questo, dicevo, avviene prevalentemente di notte. Chi non volesse privarsi dello spettacolo, per quel che si riesce a vedere ad occhio nudo, potrà tranquillamente utilizzare per illuminare la vasca una lampada a luce rossa piuttosto scura, di quelle che usano i fotografi nella camera oscura; la visibilità non sarà perfetta, ma sufficiente per consentire di seguire le "danze" dei due riproduttori. Al mattino va innanzi tutto controllato il ventre della femmina: se è sgonfio e quasi incurvato, allora la deposizione è già avvenuta; ma le uova possono esserci pure se lei ne ha ancora altre nel ventre, visto che il "parto" non avviene in un'unica soluzione. Il cono di luce di una torcia rivolta verso il fondo nero della vasca ci consentirà di accertare se sono state o no deposte: le uova sono piccole e trasparenti, con sfumature marroni. Se ci sono, conviene togliere subito i partner, da sistemare separati in vasche d'allevamento, anche con normale acqua di rubinetto. Lei, se ha ancora il ventre gonfio, può essere unita ad un altro maschio in una diversa vasca per continuare la deposizione.

Appena tolti i genitori è opportuno togliere anche parte dell'acqua (con estrema cautela per evitare di aspirare le uova) per arrivare ad un livello di circa 5 cm. L'acidità dell'ambiente di riproduzione è normalmente sufficiente a tutelare le uova che, dopo circa 22 ore, si schiudono. Da questo momento si procede con aggiunte quotidiane di acqua nuova, non trattata (di rubinetto, ma lasciata "riposare" per qualche ora), in modo da abituare gradualmente gli avannotti all'ambiente di allevamento ed anche perché in acqua troppo acida i naupli di Artemia o Cyclops, che dovranno essere somministrati come cibo vivo, morirebbero troppo presto inquinando l'acqua e comunque non vivendo abbastanza da poter essere mangiati dalle larve.

Gli avannotti nuotano liberamente dopo 5 giorni circa dal momento della schiusa e solo da questo momento deve iniziare la somministrazione di alimenti. Va servito cibo vivo (preferibilmente naupli piccolissimi o Rotiferi) e in quantità non eccessiva, una sola volta, al mattino. Di sera è bene controllare che non sia "avanzato" nulla, perché gli animaletti vivi somministrati potrebbero crescere in fretta ed essere persino pericolosi per gli avannotti oppure, morendo (nel caso, ad esempio, dei naupli di Artemia), potrebbero danneggiare la "qualità" dell'acqua di allevamento.

A proposito della qualità dell'acqua facciamo un passo indietro: se la coppia i

Recensioni

Nessuna recensione disponibile per questo prodotto.

Hobby Zoo

Via Gian Tommaso Giordani, 41

71043 Manfredonia (FG)

Tel. 0884 660472

Social

Seguici su FacebookSeguici su TwitterSeguici su Google Plus